di Emanuele Bottiroli
Non fu un giorno solo. Fu l’inizio di una fine. E quella fine, settantotto anni fa, cambiò il Paese per sempre.
Il 25 aprile 1945 non è il giorno in cui la guerra finì. È il giorno in cui cominciò a finire davvero, nelle strade di Milano e di Torino, tra le fabbriche occupate e le radio clandestine e i partigiani che scendevano dalle montagne verso le città. La distinzione non è un dettaglio: è il cuore di quello che questa ricorrenza significa.
L’occupazione tedesca e fascista in Italia non si dissolse in un istante. Si sgretolò in settimane di combattimenti, ritirate e insurrezioni coordinate. Ma il 25 aprile rimane la data simbolo perché in quel giorno, nelle due città più industriali e politicamente dense del Nord, i soldati della Germania nazista e quelli della Repubblica di Salò cominciarono a cedere il terreno. La popolazione si era ribellata. Il piano c’era. E funzionò.
Come si arrivò a quella mattina
La primavera del 1945 in Italia settentrionale era già in movimento da settimane. L’offensiva finale degli Alleati era scattata il 9 aprile a est di Bologna, lungo un fronte parallelo alla via Emilia, e stava avanzando con una forza che i soldati tedeschi e i repubblichini non riuscivano più a contenere — non tanto per mancanza di ordini dall’alto, quanto per il crollo morale che si era diffuso nelle truppe.
Il 10 aprile il Partito Comunista aveva già diramato alle organizzazioni locali la «Direttiva n. 16»: era giunta l’ora di «scatenare l’attacco definitivo». Sei giorni dopo il CLNAI — il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, che raccoglieva comunisti, socialisti, democristiani e azionisti — aveva emanato le istruzioni per l’insurrezione generale. Bologna fu attaccata dai partigiani il 19 aprile e liberata con l’aiuto alleato il 21. Il 24 aprile gli Alleati superarono il Po.
Il giorno prima del 25, a Milano era già partito lo sciopero generale. Ad annunciarlo alla radio «Milano Libera» fu Sandro Pertini, allora partigiano e membro del CLN, futuro presidente della Repubblica. Le fabbriche vennero occupate e presidiate. La tipografia del Corriere della Sera fu requisita per stampare i primi fogli che annunciavano la vittoria.
Il 25 aprile, ora per ora
Nella mattina del 25 i soldati tedeschi e fascisti cominciarono la ritirata da Milano e da Torino. La sera, Benito Mussolini abbandonò Milano in direzione di Como. Sarebbe stato catturato due giorni dopo e ucciso il 28 aprile.
I partigiani continuarono ad affluire in città nei giorni seguenti, sgominando le ultime resistenze. Il 28 aprile si tenne a Milano la grande manifestazione di celebrazione. Gli americani entrarono in città solo il primo maggio.
La guerra in Italia non era ancora finita: sarebbe durata ancora qualche giorno, fino agli inizi di maggio. Ma il 25 aprile era già diventato un simbolo.
La scelta politica di una data
Che il 25 aprile diventasse «festa della Liberazione» non fu automatico: fu una decisione. La prese il governo italiano provvisorio il 22 aprile 1946, con un decreto che dichiarava quella data «festa nazionale». Era il primo governo guidato da Alcide De Gasperi e l’ultimo del Regno d’Italia.
La scelta fu poi resa definitiva con la legge n. 269 del maggio 1949, presentata dallo stesso De Gasperi in Senato nel settembre del 1948. Da allora il 25 aprile è giorno festivo a tutti gli effetti — come il primo maggio e il 2 giugno e il 25 dicembre.
Non è un caso che questa data sia stata scelta e non semplicemente subita. C’era una volontà politica precisa: ancorare la nascente Repubblica a un momento di rottura netta con il fascismo e con l’occupazione straniera e costruire un’identità collettiva attorno alla Resistenza.
Gli altri Paesi e le loro date
L’Italia non è sola in questo calendario della liberazione. I Paesi Bassi e la Danimarca festeggiano la fine dell’occupazione il 5 maggio. La Norvegia l’8 maggio. La Romania il 23 agosto. Anche l’Etiopia ha una festa della Liberazione il 5 maggio — ma in quel caso si ricorda la fine dell’occupazione italiana del 1941, il che pone l’Italia in una posizione duplice nella storia di questo tipo di ricorrenze: paese liberato e paese occupante.
I giornali di quel giorno
La stampa italiana accolse il 25 aprile 1945 con un’intensità che vale la pena ricordare. Non solo i giornali di partito come l’Unità e Il Popolo, stampati nelle zone già liberate, ma anche il Corriere della Sera — che durante il ventennio fascista era stato vicino al regime — uscì con un «numero unico» il 26 aprile, ribattezzandosi per l’occasione Il Nuovo Corriere, con Mario Borsa alla direzione: un giornalista antifascista scelto dal CLN per traghettare il giornale fuori dal passato.
La Stampa, invece, ignorò quasi completamente i combattimenti nel Nord Italia, aprendo sulla «fanatica resistenza» dei soldati tedeschi a Berlino. Un’assenza che, nella sua ostinazione, dice molto.
Quella mattina del 25 aprile non fu la fine. Fu qualcosa di più complicato e di più prezioso: fu il momento in cui un Paese decise — tra le armi e la paura e le fabbriche occupate — che la fine era possibile e che valeva la pena combatterla fino in fondo.

